L’Italia è il secondo Paese dell’Ue con la più alta percentuale di giovani inattivi che vivono sospesi: non studiano, non lavorano, la maggior parte di loro vive ancora con i genitori.
I NEET (Not in Education, Employment or Training), sono giovani compresi tra i 15 e i 29 anni intrappolati in una crisi esistenziale che ne ha frenato la crescita e i cui effetti si ripercuotono sullo sviluppo della nostra società. In Italia sono quasi un milione e mezzo: non producono, non consumano, non creano, non partecipano… sono un bug nel sistema.
I dati dell’ISTAT, però, non tengono conto della generazione precedente di NEET, che più rappresenta questa categoria di persone, i millennials, che hanno fatto esattamente ciò che la formula prevedeva: studiare, fare carriera, accettare la competizione.
Peccato che la formula fosse una bugia. Ai millennials è stata venduta una versione della vita adulta e del successo che non esiste più: le case costano troppo, il lavoro è precario o sottopagato, la pensione un relitto culturale.
Hanno attraversato una pandemia, sono cresciuti in uno stato di crisi economica perenne, esposti ai giochi sempre più scellerati della geopolitica e la prospettiva di un disastro climatico irreversibile.
A peggiorare la situazione c’è la consapevolezza che lavorare non garantisce più un miglioramento sociale: a fine giornata questa generazione non si siede sul divano con il proprio partner - perché sul divano ci sono i genitori che guardano programmi televisivi invecchiati male - ma va a caccia di un lavoro che non possa essere automatizzato e rincorre disordinatamente upskilling e reskilling.
Chi di loro ha figli, intanto, si chiede perché nelle scuole si insegnino materie e conoscenze che tra qualche anno smetteranno di essere rilevanti.
Questa crisi esistenziale fa rumore solo sui social, dove è più facile per queste persone esprimersi senza essere giudicate dalla generazione de “ai miei tempi” ed entrare in contatto con chi può capirle.
Su questi canali, lo “scontro” tra aziende e persone, tra vecchie e nuove (Gen Z) generazioni è più vivo che mai: spopolano contenuti che prendono in giro i ragazzi e il loro modo di porsi nei confronti del lavoro, spesso raccontato in modo surreale, andando potenzialmente a creare una percezione ancora più sfalsata della realtà e acuendo i contrasti tra le aziende - guidate principalmente dai boomer - e i nuovi talenti.
È sempre più frequente trovare laureati costretti dietro al bancone del McDonald’s, piuttosto che impegnati in un ruolo coerente ai propri studi, o liberi professionisti che hanno rinunciato a laurearsi perché le prospettive di carriera aziendale erano poco interessanti.
Chi può raggiunge l’estero, dove i nostri laureati vengono ancora apprezzati e incentivati a restare. Chi rimane finisce incastrato nel loop esistenziale di chiedersi come le cose sarebbero cambiate se invece di inseguire le proprie passioni avesse studiato ingegneria.
Sono una generazione che ha grande consapevolezza di sé e dalle grandi capacità d’adattamento, ma anche infelice, anche e soprattutto a causa del ruolo che il lavoro occupa (o non occupa) nella loro vita.
I dati ci dicono che l’occupazione giovanile è in crescita, ma negli ultimi due anni, il PIL è rimasto stabile perché le professioni in crescita sono in settori a bassa produttività caratterizzati da contratti part-time o temporanei con salari bassissimi e forti disuguaglianze di genere.
I giovani cercano lavori più stabili e prospettive di crescita reali, che fin troppe aziende mal interpretano con programmi di carriera standardizzati il cui stipendio difficilmente permette a queste persone di comprare del tempo libero dignitoso e realizzare i loro sogni: il 44% dei giovani percepisce meno di 1.500€ netti/mese e solo il 27% supera i 2.000. Uno su quattro non è economicamente autosufficiente e deve ricorrere al sostegno familiare.
Questa precarietà è diventata una condizione strutturale che pervade altri aspetti dell’esistenza, non solo il lavoro: l’impatto si misura nelle relazioni interpersonali e le abitudini, nella capacità di immaginare un futuro migliore e impegnarsi per crearlo.
Se la carriera non restituisce prospettive e la politica, che dovrebbe occuparsi del benessere di una popolazione, sembra impegnata a mantenere il dominio piuttosto che investire sul futuro, diventa normale che le nuove generazioni perdano l’entusiasmo.
Ecco perché i giovani non hanno davvero voglia di lavorare: se il lavoro permette solo a pochi di loro di vivere la vita che vogliono, quale sarebbe la sostanziale differenza con una vita di schiavitù?
Le aziende hanno ancora la possibilità di fare la differenza in questo contesto, progettando i propri ambienti, spazi ed esperienza per accogliere le nuove generazioni e fornirgli gli strumenti necessari per riprendere in mano la situazione.
C’è chi ne fa un discorso esistenziale, chi pragmatico e utilitario: se c’è bisogno di persone, bisogna dare loro quello che vogliono.
Un punto di partenza sono le strategie di employer branding con cui l’azienda sceglie di raccontarsi all’esterno, che quando vengono progettate in modo funzionale aiutano l’azienda stessa a evolvere e adattarsi al cambiamento, oltre che a raggiungere il risultato sperato in termini di attraction.
Ecco perché, forse, alcune aziende in ambito tech stanno facendo più attenzione alle mosse che fanno e al consenso che ottengono dal pubblico: davvero crediamo che la scelta di Anthropic di fare un passo indietro con Microsoft fosse solo etica?
Lo speriamo. Da ottimisti, è il nostro lavoro.
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