
Sei proprio sicuro di aver imparato a scuola quello che hai usato per costruire la tua impresa e farla funzionare? Oppure è stato il campo di battaglia, il mercato, la tua voglia di crescere e curiosità a permetterti di arrivare dove sei ora?
Ognuno di noi porta con sé un bagaglio di competenze e conoscenze uniche che in rari casi vengono valorizzate dal nostro lavoro e trovano invece libertà d’espressione in altre aree della nostra vita.
Un’opportunità persa per le aziende, che spesso non riconoscono in questo asset ciò che le rende davvero competitive e che permette loro di affrontare i cambiamenti a cui il mercato è esposto.
Curiosamente, sono proprio queste conoscenze a renderci unici e appetibili per il mercato del lavoro, eppure hanno uno spazio ridotto sui CV. Sono curiosità che emergono in fase di colloquio, se lo spazio dell’incontro è dedicato alla scoperta della persona e facciamo le giuste domande.
Se invece attraversiamo il processo di ricerca e selezione concentrati su ciò che ci aspettiamo che la persona faccia per noi, finiremo per non vederlo nemmeno, il famoso talento di cui si parla e che bisogna imparare a trattenere e far crescere.
Talento: mai che si parli di lasciarlo esprimere!
Il 74% delle aziende a livello globale dichiara di non riuscire a trovare il talento che cerca. In Italia, il dato riguarda il 78% delle imprese. Perché?
Perché le persone non sono mediamente preparate ad affrontare il mondo del lavoro. Quando finalmente, al termine di titanici percorsi di studio, entrano nel mercato con il loro “foglio di carta” e senza esperienza sul campo, sono già stanche ancora prima di cominciare.
In alcuni casi, hanno persino alle spalle un’esperienza di stage non retribuito che le ha consumate.
In media, un laureato impiega dai 6 ai 9 anni dopo la maturità per entrare nel mondo del lavoro e mettere in pratica un briciolo di quanto appreso in università, che sappiamo essere distante da ciò che il mondo del lavoro richiede.
Per chi entra in azienda inizia un percorso di affiancamento affidato alla buona volontà di un membro senior del team, talvolta costretto a prendersi la responsabilità, senza essere stato formato o coinvolto nell’organizzazione della cosa.
A complicare questa situazione - che spesso termina con le dimissioni anticipate del candidato - ci sono differenze generazionali, carichi di lavoro mal distribuiti e scarso engagement.
A mancare in modo diffuso sono le competenze STEM, la cui responsabilità di insegnarle è in troppi casi lasciata a educatori ed esperti esterni alla scuola che portano progetti extra non compresi nell’offerta formativa curricolare.
Chi naviga il mondo del lavoro senza laurea è talvolta più preparato su queste competenze di chi ha investito su lauree tecnico-scientifiche e solo il 29,3% dei laureati italiani ha certificazioni in Cloud Technology e AI.
Certificazioni la cui validità, in un mercato che non sta al ritmo dell’innovazione, va forse messa in discussione quanto l’utilità di una laurea in certi ambiti: nel mirino i percorsi umanistici, il cui 64,8% di chi ha ottenuto una laurea nell’ambito si sente over-qualificato per il proprio lavoro che in rarissime occasioni valorizza le soft skills.
Skill mismatch: l’elefante nella stanza che costa 44 miliardi l’anno
Il dato più preoccupante di questa situazione riguarda il fenomeno del job hopping: nel 2023 il 22,7% degli under 35 ha cambiato lavoro.
Se a una prima lettura, questo ci restituisce un quadro evidente della confusione mentale di una generazione, dall’altro ci dice che il lavoro non risponde più ai bisogni delle persone.
Le aziende che non hanno una strategia di employer branding fanno fatica ad attrarre il talento. Quelle che non hanno percorsi di formazione pensati per renderle autonome ed efficaci, lo vedono fuggire.
E questo crea dispersione: quelli bravi finiscono dalla concorrenza o aprono Partita IVA, creando rumore ed eccessiva polarità all’interno del mercato, con conseguenze su prezzi, richieste e margini.
La soluzione: ridisegnare l’employee experience
Se ti hanno convinto che l’AI sistemerà tutto, hanno mentito.
Oggi, l’implementazione funzionale di tool d’Intelligenza Artificiale richiede competenze avanzate che le aziende fanno fatica a individuare o non si possono permettere.
Inoltre, per quanto accessibili siano i prezzi di questi tool, il mercato di questa tecnologia è in mano a pochissimi attori che potrebbero presto ribaltare il mercato creando la dipendenza perfetta a una tecnologia per cui non esiste alternativa.
Se vogliamo che le nostre aziende sopravvivano, quindi, dobbiamo fare il contrario di ciò che il mercato della competizione e dell’indipendenza ci hanno abituato a fare:
Concepire aziende/scuole in cui le persone possano crescere, esprimersi, portare il proprio valore unico e soddisfare i propri bisogni;
Rivedere l’importanza che diamo alla laurea come requisito, spesso usato semplicemente come filtro in selezione;
Assumere chi studia, non chi ha una formazione conclusa;
Investire tempo e risorse nei colloqui, non in ATS e somministrazione di profili;
E, infine, costruire aziende purpose-oriented che hanno perfettamente chiaro il proprio scopo.
Prima di tutto perché attirano candidati più facilmente: le persone si innamorano delle storie che raccontiamo, non dei dati sul nostro fatturato e se sentono di contribuire a qualcosa di grande, lavorano meglio (e di più).
Secondo, perché le aziende la cui esistenza ruota attorno a prodotti e servizi potrebbero presto trovarsi a mettere in discussione la propria esistenza.
L’attuale crisi geopolitica sta cambiando il nostro rapporto con le risorse energetiche e sconvolgerà le nostre abitudini di consumo.
Possiamo decidere di ignorare tutto questo, o chiedere aiuto alle nuove generazioni.
Vuoi attrarre talento? Prova a ricordarti come pensavi quando eri tu a essere un giovane, siediti di fronte a uno di loro e inizia ad ascoltarlo. Senza giudizio.



